Che le divertenti spiritosaggini di Alberto Sordi e le simpatiche battute di Aldo Fabrizi siano figlie di un dialetto che non esiste è facilmente intuibile per via della mancanza di vocaboli non comprensibili per tutti coloro che non sono di Roma; ma che le loro colorite esclamazioni derivino più dalle terre toscane, e da quelle campane ancor prima, che dagli antichi idiomi vicini al latino è un aspetto che offre un’indicazione di come sia evoluta Roma, la sua gente e di conseguenza anche il dialetto romanesco nei secoli.
Se nel Medioevo, infatti, a Roma veniva parlata una lingua che era il risultato di una forte influenza del vernacolo volgare napoletano, lo stesso fenomeno non si verificò nella diverse località appena intorno a Roma nelle quali, invece, si svilupparono le parlate locali frutto di una mescolanza tra gli idiomi latini volgari laziali e una certa continuità di stili riscontrabili negli elementi originari delle lingue pre-romane.
Mentre la maggior parte dei dialetti italiani offre una moltitudine di termini di non facile comprensione per chi non è originario di una determinata zona, il romanesco (o dialetto romano) è una lingua, o per meglio dire “un modo di parlare”, molto simile o comunque vicino all’italiano. A Roma, difatti, raramente o per nulla si riscontrano dei termini propri del dialetto romanesco inteso come il vecchio romanesco parlato dal Belli, ma più dei troncamenti e variazioni nella pronuncia dei termini della lingua italiana.
Questo fenomeno deriva da una forte influenza linguistica che i romani hanno subito durante il periodo del Rinascimento, allorquando molti immigrati provenienti dalla Toscana arrivarono a Roma. La colonia fiorentina presente a Roma nel periodo rinascimentale condizionò molto, nei gruppi sociali più elevati, la maniera di esprimersi dei romani a scapito dell’originale dialetto di tipo laziale. Solo successivamente l’influenza toscana nel modo di parlare giunse anche ai ceti più bassi.
Se con il Belli prima e con il Trilussa successivamente si è assistito al manifestarsi di un dialetto romanesco, in seguito alle grandi immigrazioni degli anni ’20, ’30 e ‘50 del XX secolo esso è stato definitivamente assorbito da un modo di parlare molto simile all’italiano in quanto la maggior parte degli immigrati ha dovuto trovare un compromesso tra il proprio dialetto di origine (soprattutto delle zone meridionali e centrali dell’Italia) e il modo di esprimersi dei romani. Il romanesco moderno è attualmente riscontrabile nelle interpretazioni di attori come Enrico Montesano e Carlo Verdone.
Oggi il modo di parlare dei romani sta influenzando sempre più le zone vicino Roma nelle quali si stanno abbandonando i dialetti a favore di un modo comune di esprimersi. Le persone anziane tendono ancora ad utilizzare forme dialettali locali, ma i giovani abitanti parlano sostanzialmente il romanesco moderno, soprattutto nella zona dei Castelli Romani.
Curiosità: i primi pionieri che abitarono le zone bonificate dell’agro pontino negli anni ’30, vennero influenzati dal dialetto romanesco ritenuto idioma “superiore” e soprattutto più comprensibile rispetto ai propri dialetti di origine (Veneto, Friulano ed Emiliano) e ai dialetti locali, dando così vita ad una sorta di “neodialetto”. Di fatto, nella zona di Latina si è assimilato da subito il vecchio romanesco, al contrario di altre zone più vicine a Roma nelle quali, invece, solo in tempi più recenti si è iniziato a parlare il romanesco moderno.